1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.
1.
Forse che l'agricoltore e la vite sono la medesima cosa? Secondo la sua affermazione: Il Padre è più grande di me (Gv 14, 28), Cristo è la vite; secondo l'altra sua affermazione: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10, 30), anche lui è l'agricoltore. E non è come chi operando all'esterno esercita un ministero; egli possiede anche la capacità di far crescere interiormente. Infatti né chi pianta è qualcosa, né chi innaffia, ma chi fa crescere, cioè Dio (1 Cor 3, 7). E Cristo è Dio, perché il Verbo era Dio: egli e il Padre sono una cosa sola; e se il Verbo incarnandosi (cf. Gv 1, 1-14), si è fatto ciò che non era, tuttavia rimane ciò che era. E così, dopo averci parlato del Padre come agricoltore, che recide i tralci infruttuosi e monda quelli fruttuosi perché producano maggior frutto, subito dopo presenta se stesso come colui che monda, dicendo: Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato (Gv 15, 3). Ecco che anch'egli monda i tralci, compito che è proprio dell'agricoltore, non della vite; egli che ha voluto che anche i suoi tralci fossero suoi operai; i quali, benché non facciano crescere, tuttavia vi contribuiscono con il loro lavoro; sebbene non per loro potere, perché senza di me - egli dice - voi non potete far nulla.
Anch'essi lo riconoscono; ascoltali: Che cosa è dunque Apollo? E che cosa è Paolo? Essi sono dei ministri, per mezzo dei quali voi avete creduto, e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha innaffiato. E questo dunque secondo che il Signore ha concesso a ciascuno, non per loro potere. E in verità quello che segue, e cioè: è Dio che ha fatto crescere (1 Cor 3, 5-7), non lo fa per mezzo di essi, ma lui direttamente. E' un'opera, questa, che trascende l'umana pochezza, trascende la sublimità angelica, e unicamente va attribuita alla Trinità, che sola feconda il campo (pertinet ad agricolam Trinitatem).
Il fatto che chiami il padre agricoltore non significa che sia di una sostanza diversa. Ciò che vuole mostrare è che la natura divina costituisce in noi la radice e il principio di tutta la fertilità spirituale e della vita.
3.Rivela subito il mistero dell’assunzione del corpo, grazie alla quale noi possiamo essere innestati in lui come tralci nelle vite, noi che non saremmo destinati a dare alcun frutto buono come tralci, se egli non ci avesse trasformati nella vite. Per questo ci esorta a rimanere in lui per la fede nel corpo assunto, così da essere inseriti nella natura della sua carne come tralci nella vite, perché “il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). Per l’assunzione di questa umile condizione corporea, egli si stacca dalla forma della maestà del Padre, si dichiara vite che unisce a sé tralci, e indica nel Padre l’agricoltore che si prende cura di questa vite, i cui rami inutili e infecondi taglia e destina al fuoco.
4.In questo passo del Vangelo, o fratelli, in cui il Signore dice che lui è la vite e i suoi discepoli i tralci, lo dice in quanto egli, l'uomo Cristo Gesù, mediatore tra Dio e gli uomini (cf. 1 Tim 2, 5), è capo della Chiesa e noi membra di lui. La vite e i tralci, infatti, sono della medesima natura; perciò, essendo egli Dio, della cui natura noi non siamo, si fece uomo affinché in lui l'umana natura diventasse la vite, di cui noi uomini potessimo essere i tralci.
5.Ma perché dice: Io sono la vite vera (Gv 15, 1). Forse ha aggiunto “vera” riferendosi a quella vite da cui ha tratto la sua similitudine? Egli si dà infatti il nome di vite in senso figurato, non in senso proprio, così come altrove si è dato il nome di pecora, agnello, leone, roccia, pietra angolare, o altre cose del genere, che sono quel che sono e dalle quali vengono desunte queste similitudini, e non già le loro proprietà. Ma dicendo: Io sono la vite vera, il Signore evidentemente distingue se stesso da quella vite, alla quale il profeta dice: Come ti sei mutata in amarezza, vite che hai tralignato! (Ger 2, 21). Come può infatti esser vera quella vite, che si aspettava facesse uva e invece produsse spine (cf. Is 5, 4)?
6.Siamo stati rigenerati da lui e in lui, nello Spirito, per dare il frutto della vita, non da quella vecchia e decrepita vite, ma da quello che rimane nella novità della vita e dalla carità verso di lui.
7.
Egli ha assunto in sé la natura di ogni carne e, divenuto per mezzo di essa la vite vera, ha in sé la radice di ogni tralcio. Se dunque qualche tralcio è incredulo o infecondo, si offre da se stesso per esserne sradicato; pur rimanendovi per natura, ne sarà strappato per incredulità o infecondità.
[...] a tutti infatti è aperta, perché siano partecipi del corpo di Dio e del Regno, dal momento che il Verbo di Dio si è fatto carne ed ha abitato tra noi, assumendo cioè in sé la natura dell’intera umanità, ma perché ciascuno, secondo che avrà meritato, si offrirà ad essere strappato dalla tenda e sradicato perciò dalla terra dei viventi, anche se non gli era stato mai impedito di farne parte, visto che per l’assunzione della natura era stato accolto come membro.
“Ogni tralcio che in me non porta frutto egli lo recide; e ogni tralcio che porta frutto lo monda, affinché fruttifichi di più”.
Il tralcio, come credo, indica il popolo giudaico, reciso dal Padre dalla comunione con Cristo, perché non porta frutti: con loro sarà adoperata la scure, secondo il tre volte beato Giovanni, il quale dice che l’albero tagliato sarà dato al fuoco.
Ma quei tralci che non danno motivo d’essere completamente tagliati, ma rimangono attaccati alla vite, e vengono mondati dalla cura divina, sono sia quelli, fra i Giudei, che credettero, sia quelli che si convertirono dal paganesimo dopo di loro: questi hanno una sola purificazione che si compie nello Spirito Santo, secondo le Scritture, sebbene sia diverso il modo di purificarsi.
Dagli Israeliti, infatti, viene tagliata la volontà di vivere secondo la Legge mosaica; invece, dal cuore degli idolatri vengono strappati il proposito dell’antico errore e la paglia dell’impurità degli uomini insipienti, affinché possano produrre il frutto della dottrina evangelica e divina, in qualche modo, commestibile e veramente grato a Dio.
Dice poi che il tralcio fruttuoso non sarà privo delle cure del vignaiolo, giacché sarà mondato, affinché produca frutti più abbondanti: Dio, infatti, aiuta coloro che si sforzano di vivere rettamente e di operare il bene, e cercano con ogni forma di pietà di amarlo, usando, come una falce, la potenza dello Spirito, circoncidendo ora le passioni che spingono sempre all’amore della carne, ora tutto ciò che egli sa che può accadere all’anima umana e che inquina la mente con ogni genere di mali. [...]
A queste considerazioni alcuni dicono che se i tralci della vite spirituale sono purificati, ciò non sarà senza fatica: soffrono, infatti, come il legno: analogicamente, dunque, capiremo e diremo che noi soffriamo anche per le cose sante. Infatti, il nostro Dio, che ama la virtù, ci educa attraverso la fatica e la sofferenza. Per questo il profeta Isaia ci dice: “Il Signore laverà le brutture dei figli e delle figlie di Sion, e detergerà dal centro di Gerusalemme il sangue versato con il soffio del giudizio e con il soffio del fuoco” (Is 4,4). Inoltre il divino Paolo scrive: “Se sopportate la correzione, Dio si comporta con voi come con figli. Qual è il figlio che il padre non corregge? (Ebr 12,7).
Essi però sono in lui non allo stesso modo in cui egli è in loro. L'una e l'altra presenza non giova a lui, ma a loro. Sì, perché i tralci sono nella vite in modo tale che, senza giovare alla vite, ricevono da essa la linfa che li fa vivere; a sua volta la vite si trova nei tralci per far scorrere in essi la linfa vitale e non per riceverne da essi. Così, questo rimanere di Cristo nei discepoli e dei discepoli in Cristo, giova non a Cristo, ma ai discepoli. Se un tralcio è reciso, può un altro pullulare dalla viva radice, mentre il tralcio reciso non può vivere separato dalla vite.
11.Il Signore prosegue: Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non resta nella vite, così neppure voi se non rimanete in me (Gv 15, 4). Questo grande elogio della grazia, o miei fratelli, istruisce gli umili, chiude la bocca ai superbi. Replichino ora, se ne hanno il coraggio, coloro che ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non sono sottomessi alla giustizia di Dio (cf. Rm 10, 3). Replichino i presuntuosi e quanti ritengono di non aver bisogno di Dio per compiere le opere buone. Non si oppongono forse a questa verità, da uomini corrotti di mente come sono, riprovati circa la fede (cf. 2 Tim 3, 8), coloro che rispondendo a sproposito dicono: Lo dobbiamo a Dio se siamo uomini, ma lo dobbiamo a noi stessi se siamo giusti? Che dite, o illusi, voi che non siete gli assertori ma i demolitori del libero arbitrio, che, per una ridicola presunzione, dall'alto del vostro orgoglio lo precipitate nell'abisso più profondo? Voi andate dicendo che l'uomo può compiere la giustizia da se stesso: questa è la vetta del vostro orgoglio. Se non che la Verità vi smentisce, dicendo: Il tralcio non può portar frutto da se stesso, ma solo se resta nella vite. Vi arrampicate sui dirupi senza avere dove fissare il piede, e vi gonfiate con parole vuote. Queste sono ciance della vostra presunzione. Ma ascoltate ciò che vi attende e inorridite, se vi rimane un briciolo di senno. Chi si illude di poter da sé portare frutto, non è unito alla vite; e chi non è unito alla vite, non è in Cristo; e chi non è in Cristo, non è cristiano. Ecco l'abisso in cui siete precipitati.